Da "Baudolino" di Umberto Eco

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    Dag

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    Da "Baudolino" di Umberto Eco

    Messaggio  Dag il Gio Dic 08, 2011 11:09 am

    Ciao consiglio di leggere questo passo.
    (Lo scrittore Umberto Eco in questo passo prende spunto per poi romanzare ai Nizariti o Setta degli Assassini realmente esistita nel medio oriente).

    Dag



    Da "Baudolino" di Umberto Eco, un passo dell'ottavo capitolo.

    Una sera Baudolino era rientrato e aveva trovato Abdul che tutto solo stava cantando una delle sue canzoni più belle, in cui vagheggiava di incontrare la sua principessa lontana, ma di colpo, mentre la vedeva quasi vicina, gli sembrava di camminare all'indietro. Baudolino non capiva se era la musica o se erano le parole, ma l'immagine di Beatrice, che gli era subito apparsa mentre udiva quel canto, si sottraeva, sfumando nel nulla, al suo sguardo.
    Abdul cantava, e mai il suo canto era apparso tanto seducente.

    Terminata la canzone, Abdul si era accasciato esausto.

    Baudolino aveva temuto per un istante che stesse per svenire e si era chinato su di lui, ma Abdul aveva levato una mano come a tranquillizzarlo, e si era messo a ridere sommessamente, da solo, senza ragione. Rideva, e tremava in tutto il corpo. Baudolino pensava che avesse la febbre.

    Abdul gli disse, sempre ridendo, di lasciarlo stare, che si sarebbe calmato, sapeva bene di che cosa si trattava. E alla fine, pressato dalle domande di Baudolino, si era deciso a confessare il suo segreto.

    Ascolta amico mio. Ho preso un poco di miele verde, solo un poco. Lo so che è una tentazione diabolica, ma talora mi serve per cantare. Ascolta, e non mi biasimare.

    "Sin da che ero fanciullo, in Terrasanta avevo udito una storia meravigliosa e terribile. Si favoleggiava che non lontano da Antiochia vivesse una razza di saraceni che dimorava fra le montagne in un castello inaccessibile se non alle aquile. Il loro signore si chiamava Aloadin e incuteva grandissimo spavento sia ai principi saraceni che a quelli cristiani. Infatti al centro del suo castello, si diceva, c'era un giardino pieno di ogni specie di frutti e di fiori, dove scorrevano canali pieni di vino, latte, miele e acqua, e tutt'intorno danzavano e cantavano fanciulle d'incomparabile bellezza. Nel giardino potevano vivere solo dei giovani che Aloadin faceva rapire, e in quel luogo di delizie li addestrava soltanto al piacere. E dico piacere perché, come sentivo sussurrare dagli adulti e ne arrossivo turbato quelle fanciulle erano generose e pronte a soddisfare quegli ospiti, gli procuravano gioie indicibili e, immagino, snervanti. Così che naturalmente chi era entrato in quel luogo non avrebbe voluto uscirne a nessun costo".

    "Mica male il tuo Aloadino o come si chiamasse", aveva sorriso Baudolino, passando sulla fronte dell'amico uno straccio inumidito.
    "Tu pensi così", aveva detto Abdul, "perché non conosci la vera storia. Un bel mattino uno di questi giovani si risvegliava in una squallida corte assolata, in cui si ritrovava in catene. Dopo alcuni giorni di questa pena veniva portato al cospetto di Aloadin, e si gettava ai suoi piedi minacciando il suicidio e implorando di restituirlo alle delizie di cui ormai non poteva fare a meno. Aloadin gli rivelava allora che egli era caduto in disgrazia presso il profeta e che avrebbe potuto recuperarne il favore solo se si fosse detto disposto a compiere una grande impresa. Gli dava un pugnale d'oro e gli diceva di mettersi in viaggio, di recarsi presso la corte di un signore suo nemico, e ucciderlo. In tal modo avrebbe potuto meritare di nuovo ciò che voleva e, anche se nell'impresa fosse perito, sarebbe assurto al Paradiso, in tutto e per tutto uguale al luogo da cui era stato escluso, anzi, meglio. Ed ecco perché Aloadin aveva un grandissimo potere e spaventava tutti i principi dei dintorni, mori o cristiani che fossero, perché i suoi inviati erano pronti a qualsiasi sacrificio".

    "Allora", aveva commentato Baudolino, "meglio una di queste belle taverne di Parigi, e le loro ragazze, che si possono avere senza pagar pegno. Ma tu che c'entri con questa storia?".

    "C'entro perché quando avevo dieci anni sono stato rapito dagli uomini di Aloadin. E sono restato cinque anni presso di loro".

    "E a dieci anni ti sei goduto tutte quelle fanciulle di cui mi racconti? E poi sei stato inviato ad ammazzare qualcuno? Abdul, che mi dici?" si preoccupava Baudolino.

    "Ero troppo piccolo per essere subito ammesso tra i giovani beati, ed ero stato affidato come servitore a un eunuco del castello, che si occupava dei loro piaceri. Ma senti cosa ho scoperto. Io per cinque anni di giardini non ne ho mai visti, perché i giovani erano sempre e soltanto incatenati a schiera in quel cortile battuto dal sole. Ogni mattina l'eunuco prendeva da un certo armadio dei vasi d'argento che contenevano una pasta densa come miele, ma di colore verdastro, passava davanti a ciascuno dei prigionieri e li nutriva di quella sostanza. Essi l'assaporavano, e incominciavano a raccontare a se stessi e agli altri tutte le delizie di cui diceva la leggenda.

    Capisci, passavano la giornata a occhi aperti, sorridendo beati. Verso sera si sentivano stanchi, incominciavano a ridere, talora sommessamente, talora smoderatamente, poi si addormentavano. Così che io, lentamente crescendo, ho compreso l'inganno a cui erano sottoposti da Aloadin; vivevano in catene illusi di vivere in Paradiso, e per non perdere quel bene diventavano strumento della vendetta del loro signore. Se poi tornavano salvi dalle loro imprese, di nuovo finivano in ceppi, ma ricominciavano a vedere e sentire quello che il miele verde faceva loro sognare".

    "E tu?" "Io una notte, mentre tutti dormivano, mi sono introdotto là dove si conservavano i vasi d'argento che contenevano il miele verde, e no ho assaggiato. Assaggiato, dico? Ne ho ingoiato due cucchiai e di colpo ho incominciato a vedere cose prodigiose..."

    "Ti sentivi nel giardino?" "No, forse quelli sognavano del giardino perché al loro arrivo Aloadin gli raccontava del giardino. Credo che il miele verde faccia vedere ciò che uno vuole dal profondo del cuore. Io mi trovavo nel deserto, o meglio in un'oasi, e vedevo arrivare una carovana splendida, dai cammelli tutti adorni di pennacchi, e una schiera di mori coi turbanti colorati, che battevano su dei tamburi e suonavano cimbali. E dietro a loro, su un baldacchino portato da quattro giganti, veniva Lei, la principessa. Io non so più dirti com'era, era così... come dire... sfolgorante che ne ricordo solo un barbaglio, uno splendore abbagliante...".

    "Ma che volto aveva, era bella?" "Non ne ho visto il volto, era velata".

    "Ma allora, di chi ti sei innamorato?" "Di lei, perché non l'ho veduta. Nel cuore, qui, capisci, mi è entrata una dolcezza infinita, un languore che non si è mai più estinto. La carovana si allontanava verso le dune, capivo che quella visione non sarebbe mai più tornata, mi dicevo che avrei dovuto inseguire quella creatura, ma verso il mattino incominciavo a ridere, e allora credevo fosse di gioia, mentre è l'effetto che fa il miele verde quando il suo potere s'estingue. Mi sono risvegliato che il sole era già alto, e per poco l'eunuco non mi sorprendeva ancora assopito in quel luogo. Da allora mi sono detto che dovevo fuggire, per ritrovare la principessa lontana".

    "Ma tu avevi capito che era solo l'effetto del miele verde...[bb] [ab]Sì, la visione era un'illusione, ma quello che ormai sentivo dentro di me non lo era, era desiderio vero. Il desiderio, quando lo provi, non è un'illusione, c'è".

    "Ma era il desiderio di un'illusione".
    "Ma io ormai non volevo più perdere quel desiderio. Era abbastanza per dedicargli la vita".

    In breve, Abdul era riuscito a trovare una via di fuga dal castello, ed era riuscito a raggiungere la sua famiglia, che lo dava ormai per perduto. Suo padre si era preoccupato della vendetta di Aloadin e lo aveva allontanato dalla Terrasanta, inviandolo a Parigi. Abdul, prima di fuggire da Aloadin si era impadronito di uno dei vasi del miele verde ma, spiegava a Baudolino, non ne aveva mai più assaggiato, per timore che la maledetta sostanza lo riportasse in quella stessa oasi, a rivivere all'infinito la sua estasi. Non sapeva se avrebbe resistito all'emozione. Ormai la principessa era con lui, e nessuno avrebbe potuto più sottrargliela. Meglio vagheggiarla come una meta che possederla in un falso ricordo.

    Poi, con l'andare del tempo, per trovare forza per le sue canzoni, nelle quali la principessa era lì, presente nella sua lontananza, si era azzardato, talora, ad assaggiare il miele appena appena, prendendone sulla punta del cucchiaio quel tanto che bastava a insaporire la lingua.

    Aveva delle estasi di breve durata e così aveva fatto quella sera.
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    Wallace

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    bello

    Messaggio  Wallace il Mar Dic 13, 2011 1:33 am

    Un post molto significativo, a mio avviso vale la pena leggerlo con attenzione e cercare di comprendere il profondo messaggio che contiene.

    Grazie Dag

      La data/ora di oggi è Mer Apr 25, 2018 8:54 am