La necessità del Sacro II

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    Wallace

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    La necessità del Sacro II

    Messaggio  Wallace il Lun Dic 26, 2011 11:58 pm

    Ci hanno insegnato a camminare, parlare, a … vivere, ma soprattutto ci hanno fatto credere che non possiamo e non dobbiamo esperire il Divino in noi. Secoli d’atrocità perpetrate dalla santa inquisizione hanno demonizzato chi, nella semplicità del suo essere, aveva percepito, anche solo in minima parte il contatto con il Divino; la storia di Giovanna d’Arco insegna.
    Perché impedire, ostacolare la possibilità di sperimentare il Sacro? Una guida spirituale di qualunque ordine non dovrebbe, metaforicamente parlando, insegnarci a camminare con le “nostre gambe”, esattamente come hanno fatto i nostri genitori quando letteralmente hanno guidato i nostri passi?
    Perché demonizzare a priori qualunque esperienza mistica, sacrale o semplicemente extrasensoriale? Punire per secoli con torture e morte coloro i quali le manifestavano, invece di porsi al loro fianco insegnandogli a distinguere e scegliere tra il bene e il male?
    La risposta a questa domanda oggi è sin troppo ovvia! Sono passati secoli da quei tempi, ma il danno è ormai fatto. Hanno condizionato l’essere umano sino a fargli credere che una diretta connessione con il Sacro sia impossibile, e l’unica via di salvezza o evoluzione spirituale (per quelle minoranze che ancora la cercano) passi attraverso dogmi sconosciuti e preclusi alle masse e gestibili solo da alcuni uomini “scelti”.

    Riporto alcuni stralci di J. G. Gichtel:

    “il filosofare fondamentale sofistico che, dall’umanismo in poi s’espanse endemicamente, ulteriormente depauperò la realtà dell’esperienza sacrale dal suo peculiare pragmatismo riducendola a mero cerebralismo: così, chiaramente non potendosi generalmente più financo concepire una esperienza nei fatti del sacro si finì felicemente nel vicolo cieco della giustificazione per fede.”

    “uno dei principali errori, una delle più mortifere idee preconcette che, da sola, può bastare ad impedire qualsiasi contatto con il Sacro, è quello di credere che esista una spaccatura tra Sacro e profano e che questa spaccatura sia umanamente incolmabile.”

    “La conoscenza è solo interiore perché solo mercé l’interiore è possibile acquisire i mezzi per l’esperienza Sacrale.”

    “L’ansia che si appalesa nella voluttà del limite, nel bisogno di certezze e di definizioni, procede dalla ricerca affannosa dell’autolimitazione psichica: definire vuol dire esorcizzare, vuol dire salvare il proprio ego dalla scienza spirituale per mantenere intatte quelle libertà proprie del piccolo faccendismo odierno.”


    Quest’ultimo stralcio pone in evidenza una realtà della psiche umana che ha reso “gioco facile” agli oscurantisti del Divino, sfruttando la psicologica necessità di certezze, di punti di riferimento hanno preconfezionato una rassicurante forma di religione; oppure, hanno indotto l’uomo, a negare un incerto Dio ed a confidare solo nel rassicurante e controllabile mondo che si è costruito.

    “Proprio perché si ha paura di libertà, Tradizione e Sacro, li si vuole spiegare storicisticamente; proprio perché si avverte l’insidia del Sapere che è superiore ad ogni vago umanesimo, ci si rivolta in quel patteggiamento interiore che sono gli odierni spiritualismi”.

    “l’ineffabilità della tradizione è ineffabilità del Sacro, proprio perché il Sacro, a priori di ogni tentativo di definizione, è un dato esclusivamente frutto dell’esperienza: il Sacro lo si conosce solo se si è assunto come modo d’essere.”

    Sperimentare il Sacro significa decidere di ammettere la possibilità che la nostra mente sia limitata come i nostri sensi; usare la volontà, il nostro libero arbitrio, per cercare di superare questo limite che, paradossalmente, ci è stato imposto al fine di essere superato.

    Non è una questione di fede, è una questione di pratica (Thich Nhat Hanh/Patrizia).





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    scribaClaudio

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    Alzati e cammina...

    Messaggio  scribaClaudio il Mer Dic 28, 2011 10:28 pm

    Ciao a tutti, grazie Wallace per questo scritto che non ha bisogno di nessuna precisazione ulteriore, se non forse la considerazione che, "calza a pennello" per chiudere un anno ed aprirne un'altro nuovo! Costituisce nel contempo una riflessione, uno spunto ma anche un possibile punto di partenza. Un punto di appoggio per usare la leva della volontà in modo da sollevare l'intero mondo delle nostre certezze ad un livello superiore. Cadono le vecchie certezze, si profila un nuovo luminoso orizzonte, un passo in più verso la luce. "up renpet" = apertura dell'anno. Così scrivevano gli egizi! non "capo d'anno" (che implica il concetto di testa e a seguire fino ai piedi) ma "apertura dell'anno" che implica invece inizio di una via, di un percorso, di una apertura anche e sopratutto mentale. Tempo come sentiero da percorrere. Camminare/sperimentare in pratica.


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